AMICI MIEI
archiviata anche la 68ª edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, io, che mi autodefinisco Sanremologo, non posso esimermi dallo scrivere il mio articolo giornalistico dedicato alla Kermesse di quest’anno. Il mio PERSONALISSIMO pensiero. Tranquilli, voi potete esimervi dal leggerlo.
Tralascio l’annosa questione “Lo guardo - non lo guardo - è uno spreco di soldi - e la gente muore di fame - povera Italia”.
CAPITOLO UNO - GGLAUTIO BAGLIONI Chi ci avrebbe scommesso? Nessuno. Vi ricorderete tutti quali erano le sensazioni diffuse quando “seppimo” che il nuovo direttore artistico sarebbe stato lui. Soprattutto perché tutti lo amiamo come cantante, ma storicamente si ritiene che sia un musone palloso. Personalmente avevo qualche perplessità ma non per il suo carattere: dopo “Anima Mia” sapevo per certo che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Claudio “Agonia” Baglioni non esiste più. Inoltre i suoi spettacoli live, dall’epoca di “Oltre” in poi, sono sempre stati molto articolati, complessi, visivamente potenti. La mia perplessità riguardava l’aspetto più squisitamente televisivo. I tempi, i meccanismi, quelle cose lì. Invece Claudio ha vinto! Io stesso che sono un tipo scafato sono rimasto sorpreso dal fatto che lui, che non è un uomo di televisione, sia riuscito a fare quello che gli esperti di tv come Fazio o Conti non sono riusciti a fare negli anni precedenti: ha portato al Festival una “formula” di conduzione nuova. E non ha neanche fatto questa grande rivoluzione, ha solo fatto una scelta logica: ha chiamato a condurre una persona esperta nella conduzione! Pippo Baudo aveva introdotto le due vallette all’inizio degli anni ‘90 e da allora in poi, tranne poche eccezioni, si è sempre andati avanti così: un conduttore attorniato da bonazze, spesso straniere, che non avevano idea di cosa fosse un palco, di cosa significasse dialogare col pubblico, tenere il volante di una macchina complessa e potente come il Festival. Come affidare una Ferrari di Formula 1 a un conducente di autobus urbani, solo perché anche gli autobus sono mezzi di locomozione come una macchina sportiva.
CAPITOLO DUE - MASCELL HUNZIKER
La Hunziker invece ha anni e anni di esperienza nella conduzione il che non significa non fare errori, infatti non è stata “perfetta” nella conduzione, ma ha saputo gestire perfettamente gli imprevisti, gli errori, i tempi morti. Cosa che le bonazze degli anni precedenti non avevano proprio gli strumenti per fare, il fallimento era annunciato. Michelle non è neanche una bonazza propriamente detta, non per niente io la chiamo Mascell, però è spigliata, simpatica e carismatica e va come un treno: niente la può fermare. CAPITOLO TRE - PIERFRANCESCO FAVINO
Favino è il miglior attore italiano della sua generazione e anche di più. Meno conosciuto di Raul Bova, Luca Argentero e compagnia bella, soprattutto perché poco avvezzo al gossip, ha dato grandi prove al cinema italiano lavorando con i registi migliori, ed è molto amato anche a Hollywood dove ha lavorato con Ben Stiller (Una notte al museo), Ron Howard (Angeli e Demoni e Rush), Spike Lee (Miracolo a Sant’Anna) e Andrew Adamson (Le Cronache di Narnia) solo per citarne alcuni. E inoltre è attore e regista teatrale molto apprezzato. Nella sua carriera ha ricevuto una sfilza di premi lunghissima. Sanremo per lui è la meritata consacrazione, in un mondo in cui purtroppo è la tv a consacrare qualsiasi personaggio, che sia attore, cantante, sociologo o perfetto idiota. Favino è abitutao anche lui a stare sul palco, a stare davanti alla gente, a interagire col pubblico con un occhio vigile al dietro le quinte. La performance attoriale di sabato sera (definita “penosa” da Maurizio Gasparri, il che equivale a vincere un Nobel) non si era mai vista in tv da quando la tv trasmetteva gli spettacoli di De Filippo. (Persino nella serata di premiazione dei David di Donatello qualche anno fa affidarono il “momento recitazione” a un personaggio televisivo come Giorgio Panariello, con i risultati che potete immaginare). Era così difficile negli anni precedenti pensare di avere sul palco uno bravo anziché uno scarso?
CAPITOLO QUATTRO - VECCHIE GLORIE
Perdonatemi se ripeto che il mio è un personalissimo pensiero. La sensazione generale è che quest’anno la qualità media delle canzoni sia stata più alta del solto. Sono d’accordo è così. Perché è così? Forse perché sono tornati a Sanremo i bravi autori. Negli ultimi anni su venti canzoni in gara 5 erano di Kekko dei Modà, per esempio, o di Fabrizio Moro, il che, al di là della qualità, appiattiva parecchio la diversificazione. Sono scomparsi i tizi che vengono fuori dai talent, tranne quelli che hanno ormai una carriera indipendente da essi (Annalisa, Noemi, The Kolors), i quali dovevano per forza avere canzoni non belle ma “orecchiabili” per poter dare un senso e un guadagno a quei pochi mesi di vita che li aspettava. Un po’ come quella di Meta e Moro di quest’anno. Piattume. Quest’anno invece abbiamo potuto ascoltare Bungaro e Pacifico (unico barlume nella fallimentare edizione del 2004), un giovane come Diodato che ha potuto portare una SUA canzone, così come Rubino, i vecchietti come Facchinetti, Ron con una canzone di Lucio Dalla, Ruggeri e beh ormai possiamo considerare vecchietto anche Gazzè. Autori così diversi uno dall’altro. E le performance, con queste voci tutte diverse, non come negli anni scorsi in cui si faceva fatica a capire se stesse cantando questo o quello... E a proposito di performance... CAPITOLO CINQUE: I MIEI. 01) FACCHINETTI - FOGLI Sono parte della storia della musica italiana. Soprattutto Facchinetti, ci ha regalato 50 anni di grandi canzoni, spesso a torto ritenuto di bassa caratura o nazional popolare, in realtà con i Pooh ci ha offerto una sorta di “Pop Progressivo” dal primo all’ultimo album. Può piacere o no, ma alcune cose sono oggettive. Ora ha chiuso con i Pooh e vuole continuare a fare quello che sa fare. Poteva scriversi una canzone più semplice da cantare vista l’età avanzata? Forse sì, ma non sarebbe stato più lui. Facchinetti non ha più bisogno di dimostrare nulla, può andare lì a stonare come e quanto vuole. Lo sta facendo con il suo amico del cuore e già questa per lui è una vittoria. Il disco con Fogli è stato un flop e il tour stenta moltissimo a trovare date. Ma in che modo questo può davvero essere un problema per uno che ha 52 anni di carriera alle spalle? Già nell’82 cantava: “Chi mi conosce sa / che il mio suono è quello là” e nel 2011 concludeva l’ultimo disco di inediti dei Pooh dicendo: “Per chi un po' mi ama o sempre mi amerà / con la mia pronuncia e la mia dignità / questo sono io”. Roby è una leggenda, è un classico, e i classici possono fare e sopportare tutto. 02) RED CANZIAN È sempre stato il più rock e il più esterofilo dei Pooh e quest’anno ha portato tutta la sua carica a Sanremo, cantando una canzone tiratissima (tra l’altro il suo cantare un po’ “indietro” creava un effetto bellissimo), con voce potente e intonata, pagando dazio alla scarsa salivazione solo la sera della finale. Penalizzato nella classifica un po’ dal generale livello alto, un po’ dal fatto che anche lui è un ex Pooh e come tale maltrattato da certa critica. Il suo futuro commerciale appare più roseo di quello dei suoi ex compari, ma questa mia ultima considerazione è esattamente quello che non si dovrebbe più fare da qui in poi: smettiamola di paragonare la carriera dei solisti a quella degli ex compari. Ormai ognuno percorre la sua strada e sono strade divergenti.
03) ELIO E LE STORIE TESE Molti si sono lamentati per il fatto che la canzone di Elio non era la canzone divertente o musicalmente esplosiva e frizzante a cui ci hanno abituati negli ultimi 22 anni di Sanremo, ha dato fastidio il fatto che si siano in un certo senso “cantati addosso”. Il mio punto di vista è il seguente. Elio e le Storie Tese arrivano a Sanremo 2018 da gruppo già sciolto. Non hanno un disco da promuovere (cioè il disco nuovo c’è, ma non hanno bisogno di promuoverlo), non hanno una carriera futura a cui pensare, una nuova tournée, non avevano nessun interesse commerciale in questo Sanremo. Baglioni ha dato loro la possibilità di salutare, di dire arrivederci (occhio: non addio...) al loro pubblico Sanremese. E al loro pubblico tout-court. E loro questo hanno fatto. Io sono un fan. La canzone non parlava di loro, parlava di noi. Ci hanno fatto ripercorrere i passi che abbiamo fatto insieme, hanno toccato nervi che i non fan non hanno proprio. Le sottili citazioni a loro vecchi brani nell’arrangiamento, il fatto di lasciare gli strumenti e venire avanti a dire Arrivedorci. Noi abbiamo apprezzato. Noi ci siamo sentiti coccolati. Noi abbiamo pianto.
CAPITOLO SESTO - IL PODIO Il primo posto era scontato già da prima che scoppiasse il casino del plagio - non plagio. Dopo il casino avrei scommesso un euro e ne avrei vinto mezzo. Davvero, il primo posto di Meta e Moro per me è l’unica nota negativa del Festival. Lo Stato Sociale sono arrivati secondi, in linea con la tradizione (rotta solo l’anno scorso da Gabbani) che non vuole che una canzone allegra e scanzonata arrivi al primo posto. A me non sono piaciuti, però non posso negare il fatto che abbiano portato sul palco aria fresca, spettacolo e verve. Il “coglioni” che credono di aver sdoganato... bah... Mauro Pagani nell’89 cantò “Fanculo all’esclusiva, Fanculo alla tv”. Annalisa è giovane, bella e canta benissimo ma è rimasta schiacciata dallo Spettacolo e dall’Impegno degli altri due contendenti. Peccato perché stavolta aveva azzeccato la canzone (ma non lo stilista e il curatore dell’immagine).
CONCLUSIONI Un uomo che non fa televisione per mestiere ha portato novità in televisione. Ha cantato troppo? Ha costretto gli ospiti a cantare le sue canzoni? Il pubblico ha apprezzato, per cui ha avuto ragione. Ha azzeccato quasi tutto, quello che non ha azzeccato comunque non ha creato problemi. Ha alzato lo standard per chi verrà l’anno prossimo. Ha costretto gli autori televisivi e non a prendere appunti. Spero però che ora non ci prenda troppo gusto. Si può fare buona televisione. Si possono fare grandi ascolti con la qualità, non bisogna per forza metterci scandali, casi umani, pornografia sociale, farfalline. Chapeau.
PS: Un ultimo pensiero lo voglio dedicare a Maria Gabriella Capparelli, anchor woman del tg1, che ha giovato degli enormi ascolti del Festival per farsi conoscere, tanto che per la serata di sabato, durante il “lancio” del tg, ha sfoggiato un rossetto rosso fuoco che ha messo ancora più in risalto il suo sex appeal da donna calabrese dal sensuale fascino latino.
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Buona Giornata,
Bac
domenica 11 febbraio 2018
lunedì 5 febbraio 2018
5 Febbraio e una novità
Amici Miei,
dallo scorso 9 gennaio 2018 finalmente i miei due cd di Inediti sono disponibili per l'ascolto in streaming e/o per il download digitale.
ASCOLTATE NUMEROSI!!!
Se invece volete acquistare il "disco fisico", www.baccassino.com/store.html
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Buona Giornata!
Bac
dallo scorso 9 gennaio 2018 finalmente i miei due cd di Inediti sono disponibili per l'ascolto in streaming e/o per il download digitale.
ASCOLTATE NUMEROSI!!!
Se invece volete acquistare il "disco fisico", www.baccassino.com/store.html
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Buona Giornata!
Bac
mercoledì 1 febbraio 2017
1° Febbraio e Un Anniversario di una certa rilevanza (sottotitolo: Dècadi)
Amici miei,
Il 28 gennaio scorso è stata una data importante per me, e non ho potuto celebrarla come avrei voluto. Esattamente 10 anni prima, il 28 gennaio 2007, iniziava il secondo tempo della mia vita. (La citazione Negriniana è d’obbligo).
Ho già raccontato questa storia a più riprese, ma è il caso di ripetermi.
Luigi Mariano, cantautore di vaglia e amico fraterno fin dagli anni del liceo, persona che ha capito ben prima rispetto a me l’importanza che rivestono i social networks nella comunicazione interpersonale nel nuovo millennio, riesce a convincermi ad aprire un profilo su My Space. Io, che ai bei tempi non volevo neanche fare i manifesti per pubblicizzare i miei spettacoli, dovevo aprire un profilo pubblico per farmi conoscere tramite il web in tutto il mondo? Ma che stai a dì, aho! My Space! Già.... Chi se lo ricorda? È ancora vivo, sapete? Ma è come un vecchio attore di teatro finito in una casa di riposo di terz’ordine: sta lì, qualcuno se lo ricorda, ne parla, ma nessuno che vada mai a trovarlo. Anyway, apro riluttante il mio profilo... e mi rendo subito conto di quanto sia meraviglioso interagire con i miei colleghi sparsi in giro per il mondo. E il senso di vertigine che ti assale quando ti accorgi che il tuo cantante preferito “ti segue”? Siamo dalle parti dell’orgasmo. Ma My Space non è sufficiente per chi, come me e ancora di più come Luigi, ha voglia di raccontare, di chi ha bisogno di lunghe distanze per far sentire bene la sua voce. Il blog ti dà la possibilità di farlo. E nel 2007 il sito Splinder (che Dio l’abbia in gloria) ti offre la possibilità di avere la tua pagina gratuita. E così apro il mio blog: “Diario di un Cantarettista Malincomico”. E ci scrivo ogni santo giorno, anzi ogni santa notte, dal 28 gennaio fino all’arrivo dell’estate. Un piccolo gruppo di fedeli lettori comincia a seguirmi assiduamente, qualcuno mi confessa che la mattina non vede l’ora di collegarsi alla rete per leggere il mio ultimo scritto. “Ti aspetto come cresima santa!”. Scrivevo intorno alle quattro, le cinque del mattino. L’idea era che i miei lettori potessero ricevere i miei slanci di pindarica saggezza come le famiglie americane ricevono il giornale: scagliato contro la porta d’ingresso dal ragazzino in bici prima di andare a scuola. Da quel gruppo di fedeli commentatori e assidui lettori sono scaturiti alcuni dei miei nuovi migliori amici e persino la mia compagna di vita. Tutto il mondo ha preso una nuova direzione. Ed è stato stimolante, intrigante, e, certo, traumatico: ho iniziato una nuova vita, e quella vecchia l’ho lasciata indietro con molte delle persone che ne facevano parte. Fa male. Ma l’ho scelto. Se non si tiene conto della mia raccolta “Baccassino & Friends” del 2010, ho pubblicato il mio ultimo disco nel 2007, il 6 gennaio. Come mai in questi dieci anni non ho fatto dischi? Come mai non ho più scritto racconti? L’ultimo era un romanzo a puntate di cui ho pubblicato proprio sul blog i primi otto episodi, poi non se n’è saputo più nulla. Non che me ne sia rimasto con le mani in mano, anzi. Ho sfornato un lungometraggio, alcuni corti, tre edizioni del mio “Memorial”, ho messo su una band, sono diventato produttore, editore, ho partecipato alla realizzazione di cose “importanti” per artisti “importanti”. Ho contratto un sacco di debiti, di ognuno dei quali vado fiero come di una ferita di guerra. La maggior parte, con calma e sangue freddo, li ho anche saldati, gli altri... con calma e sangue freddo. Le multe no, quelle sono furti. Insomma, non permetto a me stesso di lamentarmi. Eppure sembra sempre che quello che davvero voglio fare non riesca mai a farlo. Non so se sia la tipica insoddisfazione del bimbo viziato o dell’artista tormentato (o magari frustrato). In più: mi sto “facendo grande”. Quei tipici desideri di tornare indietro nel tempo e cambiare quella scelta lì, quella parola là, in modo da poter percorrere una strada diversa questa volta, una rotta migliore per la meta prefissa, la consapevolezza che sia impossibile di fatto tornare indietro nel tempo, quei oh così patetici pensieri, senza un minimo di preavviso, come leonesse acquattate dietro un arbusto nella savana, d’un tratto si sono lanciati sui miei quarti posteriori e hanno preso ad azzannarmi le caviglie e divorarmi i polpacci e squarciarmi la schiena. Forse c’entra qualcosa il fatto che dal 2008 il mondo è entrato in crisi. Forse no. Forse ho molte personalità, tutte creative, e quelle che non riescono a esprimersi sono invidiose di quelle che invece ce l’hanno fatta. Sono anni che provano ad ammazzare quell’odioso cabarettista, ma quello è più elusivo di un usciere della mafia. Le altre mie personalità vorrebbero anche loro godere della gioia di essere riconosciute, sono vive e vogliono mostrarsi al mondo in tutta la loro gloria. Possono farlo, possono ancora farlo ma c’è questo cavolo di orologio tic tac tic tac tic tac tic tac inesorabile snervante martello e chiodo. Conosco qualcuno che ha completamente cambiato vita a 45 anni, for the better, per cui diciamo che ne ho ancora uno (e qualche mese) a disposizione per darmi una mossa, per quanto mi senta il fiato sul collo. Insomma vorrei tanto che si aprisse una nuova decade, e vorrei anche trovare metafore meno scontate. Forse sta accadendo, ma non me ne posso rendere conto ora, come non mi rendevo conto del cambiamento il 28 gennaio di dieci anni fa. Una cosa di certo è cambiata: so perfettamente cosa voglio. Da qui a ottenerlo, ce ne passa. Ma sono più pragmatico rispetto a due lustri fa. Anche questo è cambiato. E non ci sono più i Pooh, e questa sì che è una cesura.
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Buona Giornata,
Bac
Il 28 gennaio scorso è stata una data importante per me, e non ho potuto celebrarla come avrei voluto. Esattamente 10 anni prima, il 28 gennaio 2007, iniziava il secondo tempo della mia vita. (La citazione Negriniana è d’obbligo).
Ho già raccontato questa storia a più riprese, ma è il caso di ripetermi.
Luigi Mariano, cantautore di vaglia e amico fraterno fin dagli anni del liceo, persona che ha capito ben prima rispetto a me l’importanza che rivestono i social networks nella comunicazione interpersonale nel nuovo millennio, riesce a convincermi ad aprire un profilo su My Space. Io, che ai bei tempi non volevo neanche fare i manifesti per pubblicizzare i miei spettacoli, dovevo aprire un profilo pubblico per farmi conoscere tramite il web in tutto il mondo? Ma che stai a dì, aho! My Space! Già.... Chi se lo ricorda? È ancora vivo, sapete? Ma è come un vecchio attore di teatro finito in una casa di riposo di terz’ordine: sta lì, qualcuno se lo ricorda, ne parla, ma nessuno che vada mai a trovarlo. Anyway, apro riluttante il mio profilo... e mi rendo subito conto di quanto sia meraviglioso interagire con i miei colleghi sparsi in giro per il mondo. E il senso di vertigine che ti assale quando ti accorgi che il tuo cantante preferito “ti segue”? Siamo dalle parti dell’orgasmo. Ma My Space non è sufficiente per chi, come me e ancora di più come Luigi, ha voglia di raccontare, di chi ha bisogno di lunghe distanze per far sentire bene la sua voce. Il blog ti dà la possibilità di farlo. E nel 2007 il sito Splinder (che Dio l’abbia in gloria) ti offre la possibilità di avere la tua pagina gratuita. E così apro il mio blog: “Diario di un Cantarettista Malincomico”. E ci scrivo ogni santo giorno, anzi ogni santa notte, dal 28 gennaio fino all’arrivo dell’estate. Un piccolo gruppo di fedeli lettori comincia a seguirmi assiduamente, qualcuno mi confessa che la mattina non vede l’ora di collegarsi alla rete per leggere il mio ultimo scritto. “Ti aspetto come cresima santa!”. Scrivevo intorno alle quattro, le cinque del mattino. L’idea era che i miei lettori potessero ricevere i miei slanci di pindarica saggezza come le famiglie americane ricevono il giornale: scagliato contro la porta d’ingresso dal ragazzino in bici prima di andare a scuola. Da quel gruppo di fedeli commentatori e assidui lettori sono scaturiti alcuni dei miei nuovi migliori amici e persino la mia compagna di vita. Tutto il mondo ha preso una nuova direzione. Ed è stato stimolante, intrigante, e, certo, traumatico: ho iniziato una nuova vita, e quella vecchia l’ho lasciata indietro con molte delle persone che ne facevano parte. Fa male. Ma l’ho scelto. Se non si tiene conto della mia raccolta “Baccassino & Friends” del 2010, ho pubblicato il mio ultimo disco nel 2007, il 6 gennaio. Come mai in questi dieci anni non ho fatto dischi? Come mai non ho più scritto racconti? L’ultimo era un romanzo a puntate di cui ho pubblicato proprio sul blog i primi otto episodi, poi non se n’è saputo più nulla. Non che me ne sia rimasto con le mani in mano, anzi. Ho sfornato un lungometraggio, alcuni corti, tre edizioni del mio “Memorial”, ho messo su una band, sono diventato produttore, editore, ho partecipato alla realizzazione di cose “importanti” per artisti “importanti”. Ho contratto un sacco di debiti, di ognuno dei quali vado fiero come di una ferita di guerra. La maggior parte, con calma e sangue freddo, li ho anche saldati, gli altri... con calma e sangue freddo. Le multe no, quelle sono furti. Insomma, non permetto a me stesso di lamentarmi. Eppure sembra sempre che quello che davvero voglio fare non riesca mai a farlo. Non so se sia la tipica insoddisfazione del bimbo viziato o dell’artista tormentato (o magari frustrato). In più: mi sto “facendo grande”. Quei tipici desideri di tornare indietro nel tempo e cambiare quella scelta lì, quella parola là, in modo da poter percorrere una strada diversa questa volta, una rotta migliore per la meta prefissa, la consapevolezza che sia impossibile di fatto tornare indietro nel tempo, quei oh così patetici pensieri, senza un minimo di preavviso, come leonesse acquattate dietro un arbusto nella savana, d’un tratto si sono lanciati sui miei quarti posteriori e hanno preso ad azzannarmi le caviglie e divorarmi i polpacci e squarciarmi la schiena. Forse c’entra qualcosa il fatto che dal 2008 il mondo è entrato in crisi. Forse no. Forse ho molte personalità, tutte creative, e quelle che non riescono a esprimersi sono invidiose di quelle che invece ce l’hanno fatta. Sono anni che provano ad ammazzare quell’odioso cabarettista, ma quello è più elusivo di un usciere della mafia. Le altre mie personalità vorrebbero anche loro godere della gioia di essere riconosciute, sono vive e vogliono mostrarsi al mondo in tutta la loro gloria. Possono farlo, possono ancora farlo ma c’è questo cavolo di orologio tic tac tic tac tic tac tic tac inesorabile snervante martello e chiodo. Conosco qualcuno che ha completamente cambiato vita a 45 anni, for the better, per cui diciamo che ne ho ancora uno (e qualche mese) a disposizione per darmi una mossa, per quanto mi senta il fiato sul collo. Insomma vorrei tanto che si aprisse una nuova decade, e vorrei anche trovare metafore meno scontate. Forse sta accadendo, ma non me ne posso rendere conto ora, come non mi rendevo conto del cambiamento il 28 gennaio di dieci anni fa. Una cosa di certo è cambiata: so perfettamente cosa voglio. Da qui a ottenerlo, ce ne passa. Ma sono più pragmatico rispetto a due lustri fa. Anche questo è cambiato. E non ci sono più i Pooh, e questa sì che è una cesura.
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Buona Giornata,
Bac
domenica 2 ottobre 2016
2 ottobre 2016 e il bilancio consuntivo del Terzo Memorial
Amici
Miei,
è
passata più di una settimana dal Terzo Memorial Andrea Baccassino: è tempo di
consuntivi. Come al solito la prendo un po’ larga, ma a buona ragione.
Quando
nell’inverno del 2013 in quel di Muro Leccese, dopo uno spettacolo dei miei
amici Raoul De Razza, Marco Tuma e Ray Campa, presente Valentina Grande, nacque
l’idea del Memorial, a me (che sono un megalomane) venne subito la sub-idea che
si dovesse trattare di una trilogia. Doveva essere itinerante, quindi ogni
edizione in una diversa città, scelte tra quelle che storicamente mi sono state
più vicine nei miei (allora) quasi vent’anni di carriera. E ogni edizione
doveva essere molto meglio della precedente, al punto che il secondo memorial
avrebbe dovuto essere grande come se fosse il quinto, e il terzo doveva essere
una sorta di decima edizione. Ho la tendenza a mirare in alto, così se le cose
vanno male arrivo almeno a tre quarti. Se invece punto in basso, becco di certo
il bersaglio... ma è basso! E dunque, quanto di quello che mi ero prefissato è
andato in porto e quanto no? La prima edizione si è tenuta in un posto piccolo,
a Nardò perché non poteva essere altrimenti, il giorno dopo il mio compleanno:
11 aprile 2014. A parte il freddo, non andò male. Una band, i BashaKa Indie in
versione Exageration Edition (Raniero Randy Abbaticola e Pasquale Chirivì
accompagnati da Raoul De Razza, Marco Tuma, Pierpaolo Ronzino e Elena De
Salve), tanti amici ospiti, l’exploit di “Scinnaru” grazie alla meravigliosa
interpretazione di Elisabetta Macchia, la Prima Coppa Memorial (proprio a
Randy), la prima Targa Bac-Pitaffio (a quel Davide Paglialunga che negli anni
successivi avrebbe fatto divertire il web con i suoi personaggi strampalati),
la prima raccolta alimentare andata a buon fine. Tutto perfetto.
L’anno
successivo pensai (come programmato) di cambiare città. Però prevalse l’idea
che il Memorial meritasse Piazza Salandra. Così rimasi a Nardò, e fu un’ottima
scelta. 26 giugno 2015. In Piazza Salandra abbiamo potuto realizzare il
fantastico sketch con Fabio Capone e Michele Russo che suonavano dai loro
balconi mentre tutti gli altri musicisti erano sul palco. E poi, vuoi mettere
la scenografia della facciata di San Trifone? Un pianoforte a coda sul palco, i
meravigliosi ospiti, di nuovo la raccolta alimentare e le novità come la Casa
Museo e l’allestimento della piazza a cura dell’associazione Open Your Mind. La
raccolta alimentare andò al disotto delle aspettative, e la raccolta fondi per
l’Associazione Lorenzo Risolo praticamente non ci fu. Ma lo spettacolo fu
notevole, con l’exploit di “Mi lu endu”, l’Innuendo dei Queen suonata al piano
da Valeria Vetruccio, accompagnata da Luigi Bruno, Lorenzo Ronzino e Roberto
Duma, con i cori delle “Craggioppe ‘Nzurfate” Elena De Salve e Eleonora
Pascarelli. La Coppa Memorial andò a Raf Qu.
Arrivato
al terzo anno volevo definitivamente staccarmi da Nardò, anche se al solito
“stavo con due cuori” perché fare due edizioni in un posto e una in un altro mi
“rovinava la trilogia”. E anche perché i ragazzi del fan club, “Quelli del Clebbe”, insistevano! Alla fine, dopo una travagliata notte di pensieri e decisioni, la bilancia, che per la verità già pendeva
nella direzione del cambiamento, si assestò definitivamente in quella
direzione.
Così il
23 settembre 2016 va in scena il Terzo Memorial, in quella San Cesario di Lecce
che era già in ballottaggio quando si doveva decidere dove fare la prima
edizione. Una piazza bellissima, una scenografia fantastica, e soprattutto la
grandissima disponibilità dell’Amministrazione Comunale di San Cesario, del
Sindaco Andrea Romano e dell’Assessore Daniela Litti, e di tutti i tecnici
comunali, che hanno messo a disposizione tutto ciò che potevano mettere a
disposizione. E non parlo di denaro. E ancora più grande rispetto all’anno precedente è stato
l’impegno dei ragazzi di Open Your Mind, Federica Pano, Donato Manisco e gli
altri, che hanno curato la Casa Museo e l’allestimento della “Porta Santa”,
attraversando la quale tutti quelli che sono venuti allo spettacolo si sono
guadagnati la “risata plenaria”. E poi c’è stato l’aiuto incommensurabile
dell’Associazione Pro Loco “I Tre Casali” di San Cesario, Bruno Miglietta e i
suoi, che hanno dato una grossa mano nella logistica, nei contatti con la
Caritas, e che ci hanno offerto un buffet meraviglioso!!! E poi tutti gli
ospiti, sia quelli che sono stati effettivamente sul palco (Scemifreddi, Sol
Keis, Luigi Mariano, Max Vigneri, Elisabetta Macchia, Elisabetta Guido,
Marcello Zappatore, le Almost Good) sia quelli che sono intervenuti in
collegamento via satellite (Mino De Santis, Toromeccanica, Alto & Basso),
sia l’immarcescibile band: i BashaKa Indie, in versione Large Edition: Pasquale
Chirivì e Roberto Duma accompagnati da Michele Russo, Alberto Spenga e Fabrizio
Longo; sia quelli che purtroppo non hanno potuto esserci: le ampiamente giustificate Ciciri e Tria e Valeria Vetruccio.
Luigi Mariano ha vinto la Coppa Memorial, mentre il premio per il Bac-Pitaffio è andato a Titti Mercuri, della quale secondo me sentiremo ancora parlare. Ne abbiamo anche approfittato per premiare il Bac-Pitaffio dell’anno scorso, perché non ci fu possibile farlo in quell’occasione: e così anche il buon Pasquale Chirivì ha avuto il premio che meritava.
Luigi Mariano ha vinto la Coppa Memorial, mentre il premio per il Bac-Pitaffio è andato a Titti Mercuri, della quale secondo me sentiremo ancora parlare. Ne abbiamo anche approfittato per premiare il Bac-Pitaffio dell’anno scorso, perché non ci fu possibile farlo in quell’occasione: e così anche il buon Pasquale Chirivì ha avuto il premio che meritava.
Devo con
forza sottolineare il mio enorme grazie agli Scemifreddi (compreso il “quarto
uomo” Paolo Tarantino) che mi hanno dato una grossissima mano
nell’organizzazione dello Show, dimostrandosi perfetti padroni di casa, ma
soprattutto grandissimi amici! E gli sponsor, senza i quali come sempre non
avremmo potuto fare un bel niente. Li voglio nominare, perché sono stati pochi
ma davvero buoni: Man vs Burger di San Cesario, Rollo Fiori di Lequile, New Car
Service di San Cesario, Beat Station di Galatone (presente in ogni edizione del
Memorial), Pizzeria P&C Your Place di San Cesario, lo Studio Fotografico di
Mirosi Romano e Andrea Luperto di Lequile, Camping Sport di Lecce e la
profumeria Madonà di Nardò. Un grande ringraziamento per l'ottimo lavoro svolto va anche all'ufficio stampa, curato da Angela Leucci!!! Le immagini che vedrete nei prossimi giorni su Youtube sono state riprese da Valeria Marrella e Adriano Nuzzaci! :-)
Ma,
come si dice sempre in questi casi, ed è assolutamente vero, il ringraziamento
più grande va alla gente che è venuta a vedere lo spettacolo e che ha
partecipato alla grande alla raccolta alimentare: questi i dati ufficiali della
raccolta:
- Pasta, 73 Kg
- Pasta, 73 Kg
-
Tonno, 52 scatole da tre
-
Biscotti, 43 pacchi
-
Latte, 22 litri
-
Zucchero, 23 Kg
-
Pelati, 36 barattoli
-
Salsa, 11 bottiglie
- Riso
e Cereali, 13 Kg
-
Legumi in scatola, 35 barattoli
- Farina,
12 Kg
-
Caffè, 11 pacchi
- Taralli
e Crackers, 5 pacchi
- Succhi
di frutta, 5 confezioni
-
Marmellata, 3 vasetti
- Olio,
3 litri
- Sale,
3 Kg
- Prodotti
per bambini, 12 pezzi
-
Donazioni in denaro, € 24,80
Ora che
la trilogia è conclusa, cosa succederà? Ebbene, questo è argomento per un
prossimo post.
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Buona
Giornata,
Bac
sabato 13 agosto 2016
13 Agosto 2016. Venti e non più Venti.
Amici miei,
Da buon
artista, quindi narcisista egocentrico e per rincarare la dose neretino o
addirittura neritino, quale sono: vi comunico che questo scritto parla di Me.
Continuate la lettura a vostra discrezione.
Qualche
settimana fa sono entrato in libreria. Niente di nuovo, per quanto mi riguarda.
Però era un’occasione speciale: la presentazione del nuovo disco di Mino De
Santis, di cui sono l’orgoglioso produttore. La libreria era (messaggio
promozionale meritato) Libri & Musica, a Maglie. Mi sono fermato per un
attimo davanti allo scaffale dei Cd. Perché ormai i negozi di dischi non
esistono più, e per acquistare un Cd “fisico” devi andare in libreria, o
addirittura in edicola. Ho dato un’occhiata alle copertine. E a un certo punto
mi sono reso conto che in almeno tre di quei Cd c’era il mio zampino. Qui avevo
curato la grafica, lì avevo collaborato ai testi, quello là l’ho proprio visto
nascere, di quell’altro ho visto nascere l’autore... La mia mente fa molto
presto a partire per la tangente e ho iniziato a pensare alla mia carriera, al
mio lavoro, ma non in termini concreti: mi sono proprio domandato quale fosse
il mio posto nel mondo. Chi sono io? Cosa sono io? Come posso riferirmi a me
stesso, se me lo chiedono? Un medico è un medico, un architetto un architetto,
una rosa è una rosa è una rosa. E io? Sono un cabarettista, ok. Ma su quello
scaffale c’è qualcosa di me che non ha niente a che fare col cabaret. Allora
sono un grafico. Sì, mi sento anche quello quando vado in giro per il Salento e
vedo, stesi ad asciugare, dei SeiPerTre che ho realizzato io. Poi magari su
YouTube mi imbatto in un video di cui ho curato la realizzazione, da regista o
da semplice noleggiatore di attrezzature. Il mio macellaio mi saluta all’urlo
di “Cantanteee!”. Non è troppo, tutto questo? Non è un disperdere energie in
troppe direzioni? Il segreto del successo non è il focalizzarsi su un unico
obiettivo? Probabilmente sì. Sicuramente, sì! E il fatto che io non sia mai
assurto alla ribalta nazionale ne è una prova. Ricordiamoci sempre della Triste
Faccenda Di Wikipedia che mi ha negato una pagina perché tutto ciò che faccio
resta relegato all’ambito locale.
E
allora, per un attimo, lasci perdere il lavoro e ti siedi a pensare, filosofia
spicciola, auto-psicanalisi, forse, e la domanda diventa: come ci sono
arrivato, qui?
Nel
1985 avevo dodici anni. All’epoca ero magro, già alto, sempre poco attraente
per le ragazze. Curavo anche poco il look, e comunque avere un look decente
nell’85 era impresa ardua. In quell’anno scrissi la mia prima commedia (La
Ciumenta) ed esordii sul palco come attore e regista. Ma anche come
tastierista, in un gruppo che si chiamava Casablanca (tutti i dettagli quando
finalmente scriverò la mia autobiografia). Quindi è stato così fin dall’inizio:
a dodici anni ero già autore, attore, regista, musicista. Hm.
Tra il
1985 e il 1995 ho scritto cinque commedie, una decina almeno di atti unici,
altrettanti racconti pubblicati, una ventina di racconti inediti, una valanga
di canzoni inedite, due bozze di musical, tanti articoli giornalistici per
varie piccole testate locali, sono stato “socio fondatore” della TS Gospel
Family Band e della Compagnia Delle Arti Xanti Yaca (in cui suonavo nientemeno
che il tamburello...), e infine ho deciso di fare tutto questo per professione.
Da
giugno ’95 a giugno ’96 ho dovuto prendermi un anno sabbatico perché all’epoca
c’erano ancora la lira e la leva obbligatoria. Era il millennio scorso... Ho
prestato servizio civile a Martina Franca / Cisternino. Dopodiché, finalmente,
potevo farlo: potevo pensare di vivere della mia arte. Siccome già dal ’91 me
ne andavo in giro cantando “Spunta lu mieru intra ‘ll’otte”, e dal momento che
con una compagnia teatrale non si guadagna abbastanza, pensai che fare il
cabarettista solitario fosse una grande idea. Non proprio solitario: mi
accompagnava l’amico Angelo Lezzi, grandioso chitarrista prima, meraviglioso
libraio-chitarrista ora.
Presi
un po’ delle mie parodie, le cucii insieme in uno spettacolo che poteva anche
essere un musical, in cui narravo le vicende di tale Antonio La Paglia, meglio
noto come Ucciu Ristucciu, ex contadino, ex intonacatore di Nardò, che si
trasferisce e trova l’amore a New York... salvo poi abbandonare tutto e
tornarsene a casa sua. Il titolo dello spettacolo era “Alzamene il Brodo”.
Durava poco più di un’ora, e mi cambiavo d’abito cinque volte. L’esordio
assoluto avvenne nel grande giardino della casa di alcuni amici. Ma era una
serata ufficiale, non una scampagnata. Platea allestita con sedie di plastica,
palco spazioso, luci, amplificazione... una cosa seria! Un debutto vero.
Era il
13 agosto 1996.
Diciamocelo,
a rivedere oggi quelle immagini (sì: è stato tutto videoregistrato) faccio
tenerezza. Ma la stoffa si vede. L’evento ebbe una certa eco e due settimane
dopo replicai... nel giardino della casa accanto. Poi fu la volta di una
diretta radiofonica su Radio Mondonuovo, e l’evento fu pubblicizzato anche sul
Quotidiano di Lecce.
L’inverno
successivo iniziammo a girare i locali della provincia, in un’epoca in cui
cabarettisti da queste parti ce n’erano davvero pochi, e con ogni probabilità
io ero l’unico a portare in scena uno spettacolo scritto da me e non basato su
barzellette o scenette da villaggio turistico. Questo è un racconto
narcisistico, lasciate che mi attribuisca qualche merito.
Il
resto è storia. Mi sono presentato sulla piazza salentina come un personaggio
trasversale, non faccio parte della lega dei musicisti e forse non faccio parte
della lega degli attori, ma collaboro in maniera molto proficua con gli uni e
con gli altri, in un clima di grande amicizia che mi piace coltivare, perché
sono superconvinto che sia l’unione a fare la forza, e non l’invidioso
individualismo. Se qualcuno merita, sono felice di aiutarlo piuttosto che
mettergli i bastoni tra le ruote perché dovrei essere io l’eccellenza. Sono
sempre rimasto al di sotto di una certa linea (e ammetto che mi dispiace), non
mi è mai capitato di incontrare sulla mia strada quei musicisti salentini che
poi sono diventate superstar nazionali, ma mi sono divertito e, cosa per me più
importante, ho fatto divertire un sacco di gente, generazioni intere (posso
dirlo perché loro lo hanno detto a me) di salentini. Molti dei miei fan di oggi
nel ’96 non erano neanche nati, non conoscono un mondo senza Baccassino. Il che
è tutto dire. Sono vent’anni di cabaret, ragazzi. Vent’anni proprio oggi.
E
allora, come rispondere alla mia domanda? Qual è il mio posto nel mondo?
Divertirmi,
far divertire, unire persone diverse in progetti comuni che portino la gente ad
essere felice. Lasciare piccoli segni qui e là, dare il mio contributo per
portare bellezza e serenità e magari un pizzico di cultura alla mia terra e
alla mia gente, ancor prima che al mio pubblico. Ma, andando ancora più al
nocciolo della questione, stringi stringi, quello che io ho sempre fatto,
quello che io voglio fare, è raccontare storie. Con ogni mezzo, o con ogni
“medium”, per usare le parole giuste. Per tanto tempo ancora.
Sono
vent’anni. Ma forse sono trentuno, se contiamo dall’85. O magari 43, se
contiamo da quando sono nato. 43 sono tanti, ma sono sempre la metà di 86.
Sono
felice? Rispondo con una metafora scontata. Avete presente la luna piena?
Grande, rotonda, luminosa. Ma nasconde un lato oscuro della stessa grandezza
rispetto a quello illuminato. Cinquanta per cento luce, cinquanta per cento
buio. Sembra poco, ma più illuminato di così non si può. Io oggi mi sento una
Luna Piena, con tante cose belle sul lato illuminato e tante cose meno belle su
quello oscuro. Qualche rimpianto, qualche rimorso, qualche debito (in denaro o
morale). Ma va bene così. Va benissimo così. Ho tanti amici sinceri e qualcuno
neanche lo sa.
Lasciatemi
chiudere con il verso di una canzone dei miei amici Pooh, che nell’86
festeggiavano vent’anni di carriera. Fecero un servizio fotografico truccati da
vecchi decrepiti, ma poi sono andati avanti per altri vent’anni e ancora altri
dieci. Nel loro disco di quell’anno, “Giorni Infiniti”, c’era una canzone
intitolata proprio “Venti”.
Che
terminava così:
“Mille venti
leggeri
Ventimila
pensieri
Venti
giri del campo
E ancora
c’è tempo.
Na na
na na na na na
Na na
na na na na na...”
lunedì 16 novembre 2015
Venerdì 13 Novembre 2015 e I miracoli e l'orrore.
Amici Miei,
i tragici
fatti di Parigi del 13 novembre scorso mi hanno impedito finora di parlare di
una cosa meravigliosa che è accaduta proprio venerdì scorso, proprio negli
stessi momenti: il concerto dei BàshaKa Indie alla Corte de’ Miracoli di
Maglie.
C’erano
tutte le premesse per una grande serata: 1) il pubblico giusto, quello che ride
nei momenti giusti, che ti segue con attenzione, che ti supporta nei momenti di
defaillance; 2) l’atmosfera perfetta, la voglia del pubblico pagante di
assistere a uno spettacolo che ci si aspetta divertente, e la nostra voglia di
offrire una performance all’altezza della situazione. Non per niente
diversamente dal solito eravamo anche vestiti in gran spolvero. Non che di solito si suoni in ciabatte e
canottiera, ma l’altra sera ci abbiamo tenuto a indossare l’abbigliamento
“adatto” a una sala da concerto. Cosa che ovviamente nel nostro caso non può
non risultare ironica e autoparodistica. 3) La location, quel gioiellino che è
la Corte de’ Miracoli, nascosto dietro una traversa qualsiasi, pericolosamente
vicina all’abitazione di un personaggio piuttosto noto.
Non so
neanche per quanto tempo abbiamo suonato, Pasquale, Roberto e io, a me è
sembrato un secondo e mezzo... tutto così scorrevole e liscio, pieno di momenti
di improvvisazione pura con battute nate lì, nel momento, grazie al pubblico e
alla location e all’atmosfera. Peccato che molte di quelle battute
probabilmente non le ricorderemo per poterle incorporare nei prossimi
spettacoli... Già mentre montavamo la strumentazione nel pomeriggio il tasso di
cialtronaggine era altissimo. Insomma, la serata perfetta.
Poi, si
riaccendono le luci in sala, si chiacchiera un po’ con gli amici, e si viene a
sapere la notizia: “C’è stato un attentato a Parigi, si parla di 16 morti”. In
quel momento non sai cosa dire... Si corre subito al cellulare per cercare su
internet qualche notizia. Poi si va in pizzeria a mettere qualcosa nello
stomaco e qualcuno chiede di cambiare canale alla tv che manda in onda i soliti
videoclip musicali. Altro che 16 morti. E si cena in silenzio. E si va a casa e
si passa la notte davanti al computer (io non ho tv) guardando e riguardando
quei video girati col telefonino, si avverte sotto la pelle la disperazione. E
si fanno pensieri da persona “abituata” agli attacchi terroristici. Perché la
valanga di emozioni e pensieri contrastanti l’hai già provata quindici anni fa
e hai avuto tempo e modo per fare una scrematura, per capire che non devi
cascare nella trappola. Perché la prima cosa che ti viene in mente è:
ammazziamoli tutti. Poi però ti ricordi di cosa è successo l’altra volta,
quando per 3000 americani morti in mezz’ora, 500mila iracheni, il 90% dei quali
totalmente innocenti, bambini, donne, vecchi, bambini, bambini, bambini... sono
stati ridotti in polvere in un’operazione chiamata “Libertà in Iraq”! E infatti
due giorni dopo gli attacchi di Parigi, la Francia bombarda la Siria. Quanti
terroristi sono morti? Quanti innocenti?
In tutto
questo, io, col mio essere me stesso, con il mestiere che faccio, io dove mi
pongo? Cosa posso fare io? Come posso leggere il fatto che mentre io facevo
divertire 60 persone, a neanche 2000 chilometri di distanza succedeva
l’impensabile? In una città che ho visitato solo pochi mesi fa, dove mi sono
fatto una meravigliosa foto in “Rue du Bac”, nella stessa città dove si trova
la Corte de’ Miracoli, quella raccontata da Victor Hugo. In questi casi si dice
sempre che l’unica cosa che una persona può fare è fare del suo meglio. Io lo
stavo facendo del mio meglio, mentre tutto accadeva: è servito a qualcosa?
E
ripensandoci, stavo facendo del mio meglio nel 2001? E pensandoci ancora
meglio, sto facendo del mio meglio in questo momento? Perché anche in questo
preciso istante, quello in cui io scrivo o quello in cui voi leggete, un
bambino sta morendo ucciso da una bomba, o dal fatto che la guerra gli
impedisce di mangiare. Perché tutti mettiamo bandiere a mezz’asta e candele ai
balconi quando c’è un attentato, purché sia a Parigi si intende. Non mi ricordo
molte candele accese il giorno dell’attentato in Kenya, e non vedo candele
accese tutti i giorni per le quotidiane vittime delle guerre. Ed ecco che, come
dice la canzone dei Pearl Jam che ho postato sul mio profilo Facebook, mi viene
da pensare che viviamo una vita molto fragile e che il pensiero di come la
viviamo felici e spensierati mentre la morte ci sovrasta potrebbe sopraffarmi,
se ci pensassi troppo. Ma la canzone si conclude con un pensiero positivo:
penso al tuo volto e la paura se ne va. E forse è proprio questo che serve.
Alzare gli occhi dalla tastiera, guardare il mio splendido giardino fuori,
sentire l’odore delle cicorie quasi pronte per essere servite, e provare col
mio lavoro a fare più del mio meglio. Fare qualcosa di utile. Ridere è utile, e
mi sento benedetto per il fatto di dare un’ora di gioia alle persone che io lo
so hanno le mie stesse preoccupazioni e anche di peggiori. Ma quello che vorrei
davvero è far ridere il Califfo, farlo ridere davvero, farlo scompisciare dalle
risate, o “sbordellare”, come mi dicono spesso, farlo rotolare per terra dalle
risate, per fargli capire che dovrebbe già ringraziare il suo Dio per essere
vivo e in salute, e che togliere la salute e la vita agli altri non salverà
nessuno.
Bac
sabato 8 agosto 2015
8 Agosto e quando i sogni diventano progetti diventano realtà
Amici miei,
l'idea è nata la sera di Natale del 2014. O forse a maggio del 1988.
Perché si diventa fan di un artista? Perché si sceglie di seguire con tutto il cuore, lo spirito e spesso il corpo quel cantante lì e non qualcun altro? Probabilmente perché quel cantante lì riesce a scrivere le canzoni che tu stesso scriveresti se ne fossi in grado. Usa le note giuste, le parole giuste, quelle più tue, quelle più vicine al tuo sentire. Nel mio caso (per mi chi conosce questa non è una novità) gli artisti che meglio rappresentano il mio essere sono 4: I Pooh, Peter Gabriel, Tori Amos e Sting. Non vi sembri azzardato l'accostamento tra i primi e gli altri tre: i Pooh sono molto sottovalutati (ma di questo parleremo chissà in una futura nota).
Perché si diventa fan di un artista? Perché si sceglie di seguire con tutto il cuore, lo spirito e spesso il corpo quel cantante lì e non qualcun altro? Probabilmente perché quel cantante lì riesce a scrivere le canzoni che tu stesso scriveresti se ne fossi in grado. Usa le note giuste, le parole giuste, quelle più tue, quelle più vicine al tuo sentire. Nel mio caso (per mi chi conosce questa non è una novità) gli artisti che meglio rappresentano il mio essere sono 4: I Pooh, Peter Gabriel, Tori Amos e Sting. Non vi sembri azzardato l'accostamento tra i primi e gli altri tre: i Pooh sono molto sottovalutati (ma di questo parleremo chissà in una futura nota).
Conobbi i Police quando ormai erano prossimi alla fine, la prima canzone che ricordo di aver ascoltato fu Every Little Thing She Does Is Magic. Ho ricordi confusi, ma mi sembra che fosse la sigla di un programma musicale della Rai. Lo stesso in cui ricordo di aver visto esibirsi i Pink Project (!). Dei Police conoscevo il nome di due loro album, ovvero Zenyatta Mondatta e Reggatta De Blanc... nomi che non passano inosservati. Ma, ripeto, la prima canzone che abbia mai ascoltato fu Every Little Thing, dall'album Ghost in the machine. Da lì a poco sarebbe stato impossibile non conoscere i Police: quando uscì "Synchronicity" in radio si ascoltava solo Every Breath You Take. Per cui il mio viaggio nei Police è decisamente un viaggio a ritroso, e ascoltare i Police a ritroso può essere una strana esperienza perché si passa da una densità nell'arrangiamento e una scelta melodica e armonica complessa, a qualcosa di molto più scarno, sanguigno e seminale. Provate a fare un paragone tra Roxanne e Wrapped Around Your Finger, e ditemi se vi sembra lo stesso gruppo! Il viaggio fu doppio perché da una parte andavo indietro nel tempo, dall'altra continuavo a seguire l'evoluzione di Sting solista: The Dream Of The Blue Turtles: avevo una cassetta che praticamente si è smagnetizzata per il numero di volte che l'ho ascoltata! Ancora oggi l'ascolto di Children's Crusade mi manda in orbita. E poi venne fuori Nothing like the sun, con le meravigliose Be still my beating heart, Straight to my heart, Fragile, They dance alone, Sister Moon, ovviamente Englishman in New York e la cover di Little Wing... Insomma all'epoca mi sa che mi trattavo proprio bene: i dischi che ascoltavo di più in assoluto erano The Dream Of The Blue Turtles, Nothing Like The Sun, So di Peter Gabriel, il meraviglioso The seeds of love dei Tears For Fears. Tori arrivò solo nel '93. Rimandando a un'altra nota l'importanza nella mia vita dell'album dei Tears For Fears, posso ribadire il concetto che secondo me all'epoca le mie orecchie non le trattavo niente male. Il mio mondo interiore si andava formando, e la spaccatura della mia anima si andava allargando e ramificando. Di qua la musica che ascoltavo, di là il teatro popolare che già scrivevo e portavo in scena, e i primi cenni di quelle parodie che mi apriranno la strada al mondo del professionismo nello spettacolo. Ma la questione è proprio questa: le parodie a un certo punto hanno preso il sopravvento, hanno avuto la meglio sul resto, tanto che chi viene a vedere i miei spettacoli è convinto che io sia quello. Ma non è così. Io sono "anche" quello, e anzi, fatevelo dire da me che un po' mi conosco, "quello" non è neanche la porzione più grossa della mia anima. A maggio del 1988 la Rai manda in onda in prima serata il concerto di Verona di Sting, tre ore di concerto fantastilioso. Anche qui vado a memoria ed è possibile che la memoria mi inganni, perché su internet nel preparare questa nota non ho trovato traccia di quella trasmissione, a parte un "notte rock" di appena 50 minuti... Bah... i misteri del cervello umano. Fatto sta che lì, mentre il tizio suonava come un forsennato l'assolo di Little Wing, un seme venne gettato.
E finalmente arriviamo alla sera di Natale del 2014. Spettacolo dei BashaKa Indie all'Araknos di Aradeo. Per la precisione il secondo spettacolo che vede alla batteria il maestro Roberto Duma. Seduti al tavolo a mangiare la pizza si fa presto ad arrivare al discorso "che musica ascolti". Scoprimmo questa passione comune per Sting, con una piccola curiosità: Roberto conosce a memoria Bring On The Night, ovvero il live di Sting uscito dopo The Dream Of The Blue Turtles: l'unico disco di Sting che non ho mai acquistato e praticamente mai ascoltato (Se si esclude la versione filmica)!!! Comunque la frase fa presto a uscire dalla mia bocca: "Dovremmo fare una cover band di Sting!", e il buon Duma non poteva essere più d'accordo!
La storia recente dice che il 5 di agosto i Kings Of Pain si sono esibiti per la prima volta presso il Caffè Teatro di Nardò, con il maestro Marcello Zappatore alla chitarra. Si spera per il primo di una lunga serie di spettacoli.
Il fatto è che quando suono nei Kings Of Pain io ho la possibilità di mostrare un altro lato della mia anima, quella lontana dal cabaret. Posso essere me stesso, senza essere me stesso. Motivo per cui ho rifiutato, a fine spettacolo, di cantare anche le "altre" mie canzoni. Quello che suona il basso e canta nei Kings Of Pain è un altro Bac, uno che a malapena ha contezza del suo alter ego cabarettaro.
___________________
Buona Giornata,
Bac
PS: Non preoccupatevi: vi mostrerò ancora altri lati della mia anima, ma non tutti tutti! ;-)
E finalmente arriviamo alla sera di Natale del 2014. Spettacolo dei BashaKa Indie all'Araknos di Aradeo. Per la precisione il secondo spettacolo che vede alla batteria il maestro Roberto Duma. Seduti al tavolo a mangiare la pizza si fa presto ad arrivare al discorso "che musica ascolti". Scoprimmo questa passione comune per Sting, con una piccola curiosità: Roberto conosce a memoria Bring On The Night, ovvero il live di Sting uscito dopo The Dream Of The Blue Turtles: l'unico disco di Sting che non ho mai acquistato e praticamente mai ascoltato (Se si esclude la versione filmica)!!! Comunque la frase fa presto a uscire dalla mia bocca: "Dovremmo fare una cover band di Sting!", e il buon Duma non poteva essere più d'accordo!
La storia recente dice che il 5 di agosto i Kings Of Pain si sono esibiti per la prima volta presso il Caffè Teatro di Nardò, con il maestro Marcello Zappatore alla chitarra. Si spera per il primo di una lunga serie di spettacoli.
Il fatto è che quando suono nei Kings Of Pain io ho la possibilità di mostrare un altro lato della mia anima, quella lontana dal cabaret. Posso essere me stesso, senza essere me stesso. Motivo per cui ho rifiutato, a fine spettacolo, di cantare anche le "altre" mie canzoni. Quello che suona il basso e canta nei Kings Of Pain è un altro Bac, uno che a malapena ha contezza del suo alter ego cabarettaro.
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Buona Giornata,
Bac
PS: Non preoccupatevi: vi mostrerò ancora altri lati della mia anima, ma non tutti tutti! ;-)
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