sabato 13 agosto 2016

13 Agosto 2016. Venti e non più Venti.

 Amici miei, 
Da buon artista, quindi narcisista egocentrico e per rincarare la dose neretino o addirittura neritino, quale sono: vi comunico che questo scritto parla di Me. Continuate la lettura a vostra discrezione.

Qualche settimana fa sono entrato in libreria. Niente di nuovo, per quanto mi riguarda. Però era un’occasione speciale: la presentazione del nuovo disco di Mino De Santis, di cui sono l’orgoglioso produttore. La libreria era (messaggio promozionale meritato) Libri & Musica, a Maglie. Mi sono fermato per un attimo davanti allo scaffale dei Cd. Perché ormai i negozi di dischi non esistono più, e per acquistare un Cd “fisico” devi andare in libreria, o addirittura in edicola. Ho dato un’occhiata alle copertine. E a un certo punto mi sono reso conto che in almeno tre di quei Cd c’era il mio zampino. Qui avevo curato la grafica, lì avevo collaborato ai testi, quello là l’ho proprio visto nascere, di quell’altro ho visto nascere l’autore... La mia mente fa molto presto a partire per la tangente e ho iniziato a pensare alla mia carriera, al mio lavoro, ma non in termini concreti: mi sono proprio domandato quale fosse il mio posto nel mondo. Chi sono io? Cosa sono io? Come posso riferirmi a me stesso, se me lo chiedono? Un medico è un medico, un architetto un architetto, una rosa è una rosa è una rosa. E io? Sono un cabarettista, ok. Ma su quello scaffale c’è qualcosa di me che non ha niente a che fare col cabaret. Allora sono un grafico. Sì, mi sento anche quello quando vado in giro per il Salento e vedo, stesi ad asciugare, dei SeiPerTre che ho realizzato io. Poi magari su YouTube mi imbatto in un video di cui ho curato la realizzazione, da regista o da semplice noleggiatore di attrezzature. Il mio macellaio mi saluta all’urlo di “Cantanteee!”. Non è troppo, tutto questo? Non è un disperdere energie in troppe direzioni? Il segreto del successo non è il focalizzarsi su un unico obiettivo? Probabilmente sì. Sicuramente, sì! E il fatto che io non sia mai assurto alla ribalta nazionale ne è una prova. Ricordiamoci sempre della Triste Faccenda Di Wikipedia che mi ha negato una pagina perché tutto ciò che faccio resta relegato all’ambito locale.
E allora, per un attimo, lasci perdere il lavoro e ti siedi a pensare, filosofia spicciola, auto-psicanalisi, forse, e la domanda diventa: come ci sono arrivato, qui?

Nel 1985 avevo dodici anni. All’epoca ero magro, già alto, sempre poco attraente per le ragazze. Curavo anche poco il look, e comunque avere un look decente nell’85 era impresa ardua. In quell’anno scrissi la mia prima commedia (La Ciumenta) ed esordii sul palco come attore e regista. Ma anche come tastierista, in un gruppo che si chiamava Casablanca (tutti i dettagli quando finalmente scriverò la mia autobiografia). Quindi è stato così fin dall’inizio: a dodici anni ero già autore, attore, regista, musicista. Hm.
Tra il 1985 e il 1995 ho scritto cinque commedie, una decina almeno di atti unici, altrettanti racconti pubblicati, una ventina di racconti inediti, una valanga di canzoni inedite, due bozze di musical, tanti articoli giornalistici per varie piccole testate locali, sono stato “socio fondatore” della TS Gospel Family Band e della Compagnia Delle Arti Xanti Yaca (in cui suonavo nientemeno che il tamburello...), e infine ho deciso di fare tutto questo per professione.

Da giugno ’95 a giugno ’96 ho dovuto prendermi un anno sabbatico perché all’epoca c’erano ancora la lira e la leva obbligatoria. Era il millennio scorso... Ho prestato servizio civile a Martina Franca / Cisternino. Dopodiché, finalmente, potevo farlo: potevo pensare di vivere della mia arte. Siccome già dal ’91 me ne andavo in giro cantando “Spunta lu mieru intra ‘ll’otte”, e dal momento che con una compagnia teatrale non si guadagna abbastanza, pensai che fare il cabarettista solitario fosse una grande idea. Non proprio solitario: mi accompagnava l’amico Angelo Lezzi, grandioso chitarrista prima, meraviglioso libraio-chitarrista ora.
Presi un po’ delle mie parodie, le cucii insieme in uno spettacolo che poteva anche essere un musical, in cui narravo le vicende di tale Antonio La Paglia, meglio noto come Ucciu Ristucciu, ex contadino, ex intonacatore di Nardò, che si trasferisce e trova l’amore a New York... salvo poi abbandonare tutto e tornarsene a casa sua. Il titolo dello spettacolo era “Alzamene il Brodo”. Durava poco più di un’ora, e mi cambiavo d’abito cinque volte. L’esordio assoluto avvenne nel grande giardino della casa di alcuni amici. Ma era una serata ufficiale, non una scampagnata. Platea allestita con sedie di plastica, palco spazioso, luci, amplificazione... una cosa seria! Un debutto vero.
Era il 13 agosto 1996.
Diciamocelo, a rivedere oggi quelle immagini (sì: è stato tutto videoregistrato) faccio tenerezza. Ma la stoffa si vede. L’evento ebbe una certa eco e due settimane dopo replicai... nel giardino della casa accanto. Poi fu la volta di una diretta radiofonica su Radio Mondonuovo, e l’evento fu pubblicizzato anche sul Quotidiano di Lecce.
L’inverno successivo iniziammo a girare i locali della provincia, in un’epoca in cui cabarettisti da queste parti ce n’erano davvero pochi, e con ogni probabilità io ero l’unico a portare in scena uno spettacolo scritto da me e non basato su barzellette o scenette da villaggio turistico. Questo è un racconto narcisistico, lasciate che mi attribuisca qualche merito.
Il resto è storia. Mi sono presentato sulla piazza salentina come un personaggio trasversale, non faccio parte della lega dei musicisti e forse non faccio parte della lega degli attori, ma collaboro in maniera molto proficua con gli uni e con gli altri, in un clima di grande amicizia che mi piace coltivare, perché sono superconvinto che sia l’unione a fare la forza, e non l’invidioso individualismo. Se qualcuno merita, sono felice di aiutarlo piuttosto che mettergli i bastoni tra le ruote perché dovrei essere io l’eccellenza. Sono sempre rimasto al di sotto di una certa linea (e ammetto che mi dispiace), non mi è mai capitato di incontrare sulla mia strada quei musicisti salentini che poi sono diventate superstar nazionali, ma mi sono divertito e, cosa per me più importante, ho fatto divertire un sacco di gente, generazioni intere (posso dirlo perché loro lo hanno detto a me) di salentini. Molti dei miei fan di oggi nel ’96 non erano neanche nati, non conoscono un mondo senza Baccassino. Il che è tutto dire. Sono vent’anni di cabaret, ragazzi. Vent’anni proprio oggi.
E allora, come rispondere alla mia domanda? Qual è il mio posto nel mondo?
Divertirmi, far divertire, unire persone diverse in progetti comuni che portino la gente ad essere felice. Lasciare piccoli segni qui e là, dare il mio contributo per portare bellezza e serenità e magari un pizzico di cultura alla mia terra e alla mia gente, ancor prima che al mio pubblico. Ma, andando ancora più al nocciolo della questione, stringi stringi, quello che io ho sempre fatto, quello che io voglio fare, è raccontare storie. Con ogni mezzo, o con ogni “medium”, per usare le parole giuste. Per tanto tempo ancora.
Sono vent’anni. Ma forse sono trentuno, se contiamo dall’85. O magari 43, se contiamo da quando sono nato. 43 sono tanti, ma sono sempre la metà di 86.
Sono felice? Rispondo con una metafora scontata. Avete presente la luna piena? Grande, rotonda, luminosa. Ma nasconde un lato oscuro della stessa grandezza rispetto a quello illuminato. Cinquanta per cento luce, cinquanta per cento buio. Sembra poco, ma più illuminato di così non si può. Io oggi mi sento una Luna Piena, con tante cose belle sul lato illuminato e tante cose meno belle su quello oscuro. Qualche rimpianto, qualche rimorso, qualche debito (in denaro o morale). Ma va bene così. Va benissimo così. Ho tanti amici sinceri e qualcuno neanche lo sa.

Lasciatemi chiudere con il verso di una canzone dei miei amici Pooh, che nell’86 festeggiavano vent’anni di carriera. Fecero un servizio fotografico truccati da vecchi decrepiti, ma poi sono andati avanti per altri vent’anni e ancora altri dieci. Nel loro disco di quell’anno, “Giorni Infiniti”, c’era una canzone intitolata proprio “Venti”.
Che terminava così:

“Mille venti leggeri
Ventimila pensieri
Venti giri del campo
E ancora c’è tempo.
Na na na na na na na
Na na na na na na na...”